Inauguriamo una nuova rubrica all’interno del nostro magazine. Abbiamo deciso di chiamarla Hyphen-Zzz: un nome che suona come il rumore del sonno e come il suo contrario.
Perché, a volte, serve una puntura, piccola ma precisa, per guardare con occhi diversi ciò che crediamo di conoscere e governare al meglio.
Ogni mese accendiamo una luce su qualcosa che, talora, resta in ombra: un’abitudine consolidata, un’idea che diamo per scontata, un modo di lavorare che non mettiamo più in discussione.
Una rubrica in cui porre domande, portare punti di vista, stimolare la conversazione e raccontare storie.
Quelle di chi, ogni giorno, vive la trasformazione digitale non come slogan, ma come mestiere.
Il nostro. E, forse, anche il tuo.
Partiamo da una domanda clou: perché i progetti digitali falliscono? Parlare di digitale non è sufficiente per trasformare realmente un’organizzazione. Valeva già ieri, ma oggi questa affermazione diventa centrale.
Molti progetti falliscono o faticano a crescere non per mancanza di tecnologia, ma a causa di errori sistemici, abbastanza diffusi anche in contesti molto diversi tra loro.
Le persone non sono supportate, ascoltate o valorizzate e, di conseguenza, il cambiamento è visto come una minaccia, non come un’opportunità.
In tutti questi casi, il problema non è “fare digitale”, bensì non riuscire a pensare in modo sistemico.
Il digitale non vuole silos: per avere una trasformazione digitale ad elevato valore di ritorno, bisogna superare la logica dei compartimenti stagni, adottando una visione sistemica e una responsabilità condivisa.
Le chiavi per fare un (vero) salto di qualità.
In tutti questi casi, il problema non è “fare digitale”, bensì non riuscire a pensare in modo sistemico.
Il digitale non vuole silos: per avere una trasformazione digitale ad elevato valore di ritorno, bisogna superare la logica dei compartimenti stagni, adottando una visione sistemica e una responsabilità condivisa.
Le chiavi per fare un (vero) salto di qualità.